mercoledì 26 agosto 2015

Suggerimenti per un weekend d'ottobre: il Language Show Live 2015


La tentazione di prendersi un giorno di vacanza e fare una capatina a Londra ad ottobre è forte. Intanto che ci penso, lascio qui qualche informazione nel caso potesse essere d'interesse per qualcun altro.

Di cosa sto parlando? Del Language Show Live 2015.

Rivolto a chi? A tutti gli amanti delle lingue e ai professionisti del settore.

Perché andarci? È una bella occasione per assistere a seminari, rappresentazioni culturali, corsi di lingua... C'è davvero di tutto e di più e si prospetta un'affluenza di almeno 10.000 visitatori.

To', anche stavolta sono riuscita a infilare Sheldon in un post!

Senza contare che è anche un'ottima scusa per farsi un giretto a Londra e che uno di quei succitati seminari lo tiene Martina Eco, cara amica traduttrice e interprete (non perdetevela).

Quando? Dal 16 al 18 ottobre.

Dove? All'Olympia Conference Centre, Hammersmith road, Londra.

Come? A piedi, a nuoto oppure in bicicletta, pagaia o aliscafo. Insomma, come volete. L'importante è che prenotiate prima il vostro biglietto a questo indirizzo.

Che dite, ci vediamo là?

mercoledì 19 agosto 2015

Giovanni Pascoli e la traduzione del testo poetico

Giovanni Pascoli
L'altro giorno ho letto sulla Stampa che è stato ritrovato un compito di traduzione di Pascoli valutato da Carducci, allora suo professore presso l’ateneo di Bologna. Cercando e curiosando in rete mi sono infine imbattuta in questo interessante documento, ovvero “Le traduzioni ‘metriche’ di G. Pascoli”, a cura di Pietro Giannini, scritto tratto da “Teorie e forme del tradurre in versi nell’Ottocento fino a Carducci – Atti del convegno internazionale – Lecce, 2-4 ottobre 2008”, di Andrea Carrozzini.

Il compito di cui la Stampa parlava ieri è stato rinvenuto da Alessandro Anniballi tra le pagine di un libro del 1923, “Traduzioni e riduzioni di Giovanni Pascoli raccolte e riordinate da Maria Pascoli”. Anniballi racconta: “Stavo leggendo le sue traduzioni che amo per la loro straordinaria capacità di rendere la musicalità del testo poetico. Verso la metà del libro mi rendo conto che ci sono alcuni fogli di carta più spessa. Erano cuciti alle altre pagine. Toccandoli si sentiva la vergatura della penna stilografica”.

Come si legge nel documento a cura di Giannini, Pascoli aveva fatto delle “equivalenze metriche” il suo personale metodo di traduzione. Tanto che un commento di Salvatore Quasimodo su una traduzione da lui curata in cui afferma di aver deliberatamente scelto di non adottare questo approccio viene considerato un chiaro richiamo al Pascoli e, di conseguenza, implicita critica allo stesso: “Ho eluso il metodo delle equivalenze metriche perché i risultati da esso conseguiti, se pure avvicinarono al battito delle arsi, al silenzio delle tesi, agli spazi delle cesure, alla norma tecnica, infine astratta, dell’antico testo poetico, non ci resero nel tempo stesso la evidenza delle parole costituite a verso”.

Ho voluto sottolineare questi due aspetti per mostrare come una traduzione, in alcuni casi - ad esempio in questo, dove si parla di poesia - possa risultare più o meno apprezzabile in base ai gusti, alle conoscenze, alle aspettative di colui che ne fruisce, ovvero il lettore.

Concludo riportando un brano del documento, che a sua volta riporta pensieri di Pascoli sull’impresa traduttiva (cito una citazione che riporta una citazione: mi sento un po’ come se giocassi con le scatole cinesi):
Sentiamo direttamente Pascoli: Ma che è tradurre? Così domandava poco fa il più geniale dei filologi tedeschi; e rispondeva: Il di fuori deve divenir nuovo; il di dentro restar com’è. Ogni buona traduzione è mutamento di veste. A dir più preciso, resta l’anima, muta il corpo; la vera traduzione è metempsicosi.  
Pascoli non è d’accordo con questa idea. E obietta: Non è giusta. Mutando corpo, si muta anche anima. Si tratta, dunque, non di conservare all’antico la sua anima in un corpo nuovo, ma di deformargliela il meno possibile; si tratta di scegliere per l’antico la veste nuova, che meno lo faccia parere diverso e anche ridicolo e goffo.
Passando poi a parlare delle traduzioni precedenti così si esprime: Per esempio, il verso sciolto del Caro e del Monti è troppo sciolto; cioè, pur non potendo con ogni singolo endecasillabo comprendere un esametro, non cura di comprenderne due con tre, sempre, metodicamente, monotonicamente, come mi par dovrebbe? Ebbene, proveremo noi; faremo noi le terzine o rimate o assonanti o libere. O proveremo a tradurre con l’esametro italico. Ma ci sembrerà, l’esametro carducciano, troppo libero d’accenti? E noi c’ingegneremo di farlo tanto regolare, tanto sonoro, quanto almeno quelli del Voss e del Geibel. Infine, alcune considerazioni di carattere generale: Peraltro, io distinguo. C’è traduzione e c’è interpretazione: l’opera di chi vuol rendere e il pensiero e l’intenzione dello scrittore, e di chi si contenta di esprimere le proposizioni soltanto; di chi vuol far gustare e di chi cerca soltanto di far capire.Quest’ultimo, il fidusinterpres, non importa che renda verbum verbo: adoperi quante parole vuole, una per molte, e molte per una; basta che faccia capire ciò che lo straniero dice […]. Ma all’interpretazione, nella scuola, deve tener dietro la traduzione: ossia il morto scrittore di cui è morta la gente e la lingua, deve venire innanzi e dire nella nostra lingua nuova, dire esso, non io o voi, il suo pensiero che già espresse nella sua lingua antica. Dire esso a modo suo, bene o men bene che dicesse già: semplice, se era semplice, e pomposo se era pomposo, e se amava le parole viete, le cerchi ora, le parole viete, nella nostra favella, e se preferiva le frasi poetiche, non scavizzoli ora i riboboli nel parlar della plebe […]. Se vogliamo evocarli [scil. gli autori antichi] nella nostra lingua, essi, quando obbediscano, vogliono essere e parere quel che furono; e noi non solo non dobbiamo menomarli e imbruttirli, ma nemmeno (quel che spesso ci sognamo di fare) correggerli e imbellezzirli; come a dire, togliere ad Omero gli aggiunti oziosi di cantore erede di cantori, e a Erodoto le sue lungaggini di narratore chiaro, e a Cicerone le sue ridondanze di oratore armonioso, e a Tacito i suoi colori poetici di scrittore schivo del vulgo. Ognuno faccia indovinare, se non sentire, le predilezioni che ebbe da vivo, quanto a lingua e a stile e a numero e a ritmo.

mercoledì 5 agosto 2015

La piccola Battaglia portatile, di Paolo Nori

Questo libro m’ha commossa. Sarà che parla di padre e figlie e contorni di umanità e trasuda un po’ tanto amore, nelle sue pagine, mi ha commossa. C’è Battaglia, che è una bambina sveglia come tanti bambini, e poi c’è il padre della Battaglia, che è sveglio anche lui a suo modo ma lui per primo dice di non sapere niente: “Anche se, a dire il vero, quella di cui provo a parlare in questo libro non è esattamente mia figlia, cioè mia figlia è poi un’altra cosa, e io , anch’io non sono esattamente io, io sono il babbo della Battaglia, per quello, non so bene cosa sono, che spazio occupo, da che parte sto, a cosa servo, quanti anni dimostro, da dove vengo, quando mi sono incontrato per la prima volta, non so neanche esattamente come mi chiamo…”.

Continua QUI.

martedì 28 luglio 2015

Meglio Google Translate oggi o un traduttore domani?

Di recente una commerciante in un paesino della Liguria mi ha raccontato di aver avuto diversi problemi con la vetrina del suo negozio. Trattandosi di un franchising, l’allestimento e i vari elementi di decoro sono imposti dalla casa madre, comprese le scritte che informano del periodo di saldi. “Alcuni turisti russi mi hanno fatto più volte presente che la scritta nella loro lingua, che doveva dire Saldi, non aveva in realtà un senso compiuto”, lamentava la signora. “Ridevano, ma non so perché. Non so certo cosa ci fosse scritto”. Dopo aver sollecitato l’azienda, nel giro di una decina di giorni sono arrivati gli adesivi corretti.

La casa madre probabilmente non si era avvalsa di un servizio di traduzioni professionale. Perché spendere soldi quando occorre tradurre una sola, semplicissima parola? L’ovvia risposta è: per essere certi che la traduzione di quell’unica parola esprima nell’altra lingua lo stesso concetto.



Ora, io non so come la parola saldi possa, se tradotta male, incidere su vendite o interesse da parte dei clienti russi che animano quella cittadina d’estate. Tuttavia, so che se avessero scritto Seldi o commesso un altro errore in italiano, la cosa mi avrebbe automaticamente trasmesso un’idea di sciatteria e scarsa qualità, accentuata soprattutto dal contrasto col marchio, di per sé molto importante e noto per il pregio dei suoi prodotti. Al contrario, se trovo un errore di traduzione su un articolo di un negozio di chincaglieria rimango molto meno colpita e magari ci rido anche su, perché mi aspetto proprio questo: scarsa qualità.

Se devi fare una cosa, falla bene oppure non farla, mi ha sempre ripetuto mia madre. Quando un’azienda definisce quali spese ha intenzione di sostenere, deve sempre valutare quanta importanza riveste la comunicazione: deve essere fatta bene o basta tentare?

Nel secondo caso Google Translate farà esattamente al caso dell'azienda se: 

1) non deve tradurre informazioni importanti, che riguardano magari un uso sicuro del prodotto;
2) non punta alla qualità.

Oppure 3) se punta a non farli entrare, i clienti stranieri.

Un’azienda per cui qualità e affidabilità sono elementi importanti deve invece prendere in considerazione l’idea di investire in una buona comunicazione, capace di veicolare le informazioni corrette al potenziale cliente. Nel caso della traduzione sbagliata in russo della parola saldi, la comunicazione si è rivelata inefficace perché inesatta, ma ancor di più perché l’errore ha forse restituito l’immagine di un’azienda che non pone sufficiente attenzione alla cura della sua clientela straniera.

Se poi consideriamo che sia stata presumibilmente sostenuta una spesa doppia per sostituire tutti gli adesivi recanti il termine sbagliato e crearne di nuovi, l'azienda avrebbe forse speso meglio il suo denaro rivolgendosi fin da subito a un traduttore professionista, anche se per un’unica parolina. O no? 

...rispose Sherloc.

martedì 21 luglio 2015

Non rimandare a domani quello che potresti fare oggi

Per un traduttore è un mantra costante e sono pronta a scommettere che sia così anche per il 99,9% degli altri liberi professionisti. Nel mio caso, ho capito che erano parole che mi si addicevano alla perfezione intorno ai 14 anni di età: mangio il boccone prelibato solo dopo le verdure, appena tornata alle 3 di notte da un viaggio di 15 ore preferisco ugualmente riordinare la valigia prima di andare a dormire… Insomma, tendo a rilassarmi solo dopo aver fatto ciò che devo, soprattutto in ambito professionale.




Quand'è che come traduttrice tendo a rimandare il lavoro o a farlo procedere con lentezza?




Succede quando ce n’è poco e lo posso spalmare su più giorni, quando ci sono più possibilità di distrazione, accuso un calo di autodisciplina e motivazione o anche soltanto quando c’è un termine per il quale no, non riesco proprio a trovare un traducente che mi soddisfi e la frustrazione prende il sopravvento.

Credo che, alla fin fine, le ragioni che portano me e chiunque altro a procrastinare sono ciò che ci rende umani. Come aggiro il problema?


  • Faccio una telefonata.

  • Imposto, ovvero: quando il lavoro sembra troppo difficile e impegnativo, cerco di dividerlo in parti. Piano piano la matassa si dipana e diventa più abbordabile. La parte più difficile è molto sovente quella iniziale, ma una volta preso il via il resto vien da sé.
  • Agisco, ovvero: aspetto di trovare la soluzione più tardi, impegnandomi nel frattempo a portare avanti il resto. Il termine ostico, ad esempio, lo lascio lì a macerare, oppure chiedo consiglio a un collega. Se la soluzione non dovesse arrivare, avrò più tempo per cercarla una volta terminato il grosso del lavoro.
  • Termino, ovvero: non mi concedo sconti anche avessi da tradurre soltanto 8mila parole in due settimane. Se seguo rigorosamente la mia tabella di marcia e nel frattempo mi viene proposto un altro progetto, avrò già svolto la maggior parte del primo.
E se dovessi finire prima?




Consegno prima! In molti sostengono che sia una brutta abitudine, perché “le agenzie e i clienti poi si abituano a tempi di lavoro diversi”. Io non sono d’accordo:

  • nel caso di un cliente diretto, per il lavoro successivo basterà mettere nuovamente in chiaro delle tempistiche giuste;

  • nel caso di un’agenzia si parla invece di altri professionisti del settore, che ben sanno quali sono le difficoltà e i tempi indicativi per lo svolgimento di un determinato lavoro. Se si riesce a consegnare in anticipo, 1) si facilita il compito dei revisori, che nella maggior parte dei casi avranno più tempo per rivedere il testo e 2) in alcune occasioni viene inviato altro materiale dello stesso progetto perché ancora da assegnare (“visto che già hai lavorato a una prima parte, avresti voglia di occuparti anche di quest’altra?”).

E voi? Ce l’avete il numero di Chuck Norris?
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