mercoledì 11 settembre 2013

Pausa poetica

Stamattina, tra un sito e l'altro, sono inciampata su una poesia di Pascoli. Sono strane, le ragnatele dei ricordi, queste trame che, partendo da un particolare impigliato nella tela, puoi percorrere seguendo le mille diramazioni che da lì dipartono.

Già qualche mese fa, tentando di riconoscere una signora incrociata per caso, mi ero accorta di questa dimensione. Quella era stata un'azione svolta a ritroso, una faticosa ricerca, spolverino alla mano, per tentare di restituire a delle fattezze familiari il giusto contorno. Avevo allora parlato di corridoi, perché in quel mio sforzo avevo iniziato a scartabellare ogni periodo della mia vita, ogni luogo che avevo visto o dove avevo vissuto, ogni persona che aveva incrociato i miei passi, come se ogni elemento avesse una sua particolare stanza e, a sua volta, un filo logico ben saldo. Insomma: lì ci si poteva arrivare solo seguendo un determinato percorso. Ecco perché se conosci bene una persona a volte sai già cosa dirà in un determinato momento, o come reagirà in una data circostanza, mi ero detta. Lo sai perché ti basi sulla ripetizione dei suoi comportamenti o perché, consciamente o istintivamente, sai quale effetto produrrà un determinato stimolo, una parola, un gesto. Non era proprio la scoperta dell'acqua calda, lo so, ma non ricordo, prima di allora, di aver mai avuto una percezione visiva di questo meccanismo. Richiamavo alla memoria ciò che desideravo, o magari ripensavo a qualche situazione specifica, ma ogni elemento aveva una natura prettamente estemporanea.

Eppure un corridoio presuppone mura, le mura un edificio a far loro da contorno e l'edificio è rigido, ben delineato. Invece oggi, con Montale lì, fermo e immobile al centro, vittima del ragno dei miei ricordi, la memoria non era più pareti e soffitti, ma aria, alberi, cielo. Flessibile e resiliente, si prestava ai giochi del sole e del vento, a voci lontane. Ho risalito allora quei fili fino al punto più alto, spaziato con lo sguardo intorno, e visto giungere, da una finestra, una bellissima luce a definire il profilo di mia nonna, seduta sul suo letto, con delle carte in una mano. Senti Alice, mi aveva detto, senti questa storia. Allora, chiudendo gli occhi e  muovendo l'indice come la bacchetta di un direttore d'orchestra che segue il ritmo delle strofe, aveva iniziato a recitare Pascoli.

Nella Torre il silenzio era già alto.

Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste

frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,

nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi

ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa

era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!

Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;

e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,

tu dài retta alla sua piccola mano.

Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,

tu dài retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa

verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!

Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,

tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,

nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,

perché facesse in pace l’agonia...”

La scarna lunga testa era daccanto

al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,

che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!

E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,

con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,

seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,

perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.

Mia madre l’abbracciò su la criniera

“O cavallina, cavallina storna,

portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!

Tu fosti buona... Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.

Oh! ma tu devi dirmi una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:

esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.

E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:

dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:

dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito.

10 commenti:

  1. E quella di Montale?
    Pascoli è il mio poeta preferito, ma questa a dire il vero non mi piace molto, sarà che a me ricorda la recitazione svilente e scolastica di mia zia: un susseguirsi di parole senza intonazione, solo per ricordare ciò che le era stato insegnato a scuola. Lo so, non è colpa sua, ma le poesie hanno un'anima fonetica, che viene uccisa se le si legge senza un senso.

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    1. Sì, concordo, è fondamentale :)
      Quella di Montale era questa:

      Spesso il male di vivere ho incontrato:
      era il rivo strozzato che gorgoglia,
      era l'incartocciarsi della foglia
      riarsa, era il cavallo stramazzato.

      Bene non seppi, fuori del prodigio
      che schiude la divina Indifferenza:
      era la statua nella sonnolenza
      del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

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    2. Bella, anche questa la adoro, però non si può dire se no mi danno della pessimista, uff...

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    3. O pensare che tu abbia buon gusto :P

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  2. Bellissima questa descrizione della memoria, Alice.

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  3. Bella pausa poetica. Spero che ne seguano altre.

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  4. i nonni sono Sherazade, i nonni sono pifferai magici, i nonni sono Omero, i nonni spalancano mondi, non potrei immaginare la mia vita senza i miei nonni ed erano tanti, tanti; ed ora li racconto io per rispetto, per amore, per continuità

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    1. Sì Amanda, condivido in toto. Anche per me sono stati essenziali e ci sono sempre, in un modo o nell'altro, nella forma che hanno lasciato al mio mondo immaginifico (e non soltanto...)

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