mercoledì 19 agosto 2015

Giovanni Pascoli e la traduzione del testo poetico

Giovanni Pascoli
L'altro giorno ho letto sulla Stampa che è stato ritrovato un compito di traduzione di Pascoli valutato da Carducci, allora suo professore presso l’ateneo di Bologna. Cercando e curiosando in rete mi sono infine imbattuta in questo interessante documento, ovvero “Le traduzioni ‘metriche’ di G. Pascoli”, a cura di Pietro Giannini, scritto tratto da “Teorie e forme del tradurre in versi nell’Ottocento fino a Carducci – Atti del convegno internazionale – Lecce, 2-4 ottobre 2008”, di Andrea Carrozzini.

Il compito di cui la Stampa parlava ieri è stato rinvenuto da Alessandro Anniballi tra le pagine di un libro del 1923, “Traduzioni e riduzioni di Giovanni Pascoli raccolte e riordinate da Maria Pascoli”. Anniballi racconta: “Stavo leggendo le sue traduzioni che amo per la loro straordinaria capacità di rendere la musicalità del testo poetico. Verso la metà del libro mi rendo conto che ci sono alcuni fogli di carta più spessa. Erano cuciti alle altre pagine. Toccandoli si sentiva la vergatura della penna stilografica”.

Come si legge nel documento a cura di Giannini, Pascoli aveva fatto delle “equivalenze metriche” il suo personale metodo di traduzione. Tanto che un commento di Salvatore Quasimodo su una traduzione da lui curata in cui afferma di aver deliberatamente scelto di non adottare questo approccio viene considerato un chiaro richiamo al Pascoli e, di conseguenza, implicita critica allo stesso: “Ho eluso il metodo delle equivalenze metriche perché i risultati da esso conseguiti, se pure avvicinarono al battito delle arsi, al silenzio delle tesi, agli spazi delle cesure, alla norma tecnica, infine astratta, dell’antico testo poetico, non ci resero nel tempo stesso la evidenza delle parole costituite a verso”.

Ho voluto sottolineare questi due aspetti per mostrare come una traduzione, in alcuni casi - ad esempio in questo, dove si parla di poesia - possa risultare più o meno apprezzabile in base ai gusti, alle conoscenze, alle aspettative di colui che ne fruisce, ovvero il lettore.

Concludo riportando un brano del documento, che a sua volta riporta pensieri di Pascoli sull’impresa traduttiva (cito una citazione che riporta una citazione: mi sento un po’ come se giocassi con le scatole cinesi):
Sentiamo direttamente Pascoli: Ma che è tradurre? Così domandava poco fa il più geniale dei filologi tedeschi; e rispondeva: Il di fuori deve divenir nuovo; il di dentro restar com’è. Ogni buona traduzione è mutamento di veste. A dir più preciso, resta l’anima, muta il corpo; la vera traduzione è metempsicosi.  
Pascoli non è d’accordo con questa idea. E obietta: Non è giusta. Mutando corpo, si muta anche anima. Si tratta, dunque, non di conservare all’antico la sua anima in un corpo nuovo, ma di deformargliela il meno possibile; si tratta di scegliere per l’antico la veste nuova, che meno lo faccia parere diverso e anche ridicolo e goffo.
Passando poi a parlare delle traduzioni precedenti così si esprime: Per esempio, il verso sciolto del Caro e del Monti è troppo sciolto; cioè, pur non potendo con ogni singolo endecasillabo comprendere un esametro, non cura di comprenderne due con tre, sempre, metodicamente, monotonicamente, come mi par dovrebbe? Ebbene, proveremo noi; faremo noi le terzine o rimate o assonanti o libere. O proveremo a tradurre con l’esametro italico. Ma ci sembrerà, l’esametro carducciano, troppo libero d’accenti? E noi c’ingegneremo di farlo tanto regolare, tanto sonoro, quanto almeno quelli del Voss e del Geibel. Infine, alcune considerazioni di carattere generale: Peraltro, io distinguo. C’è traduzione e c’è interpretazione: l’opera di chi vuol rendere e il pensiero e l’intenzione dello scrittore, e di chi si contenta di esprimere le proposizioni soltanto; di chi vuol far gustare e di chi cerca soltanto di far capire.Quest’ultimo, il fidusinterpres, non importa che renda verbum verbo: adoperi quante parole vuole, una per molte, e molte per una; basta che faccia capire ciò che lo straniero dice […]. Ma all’interpretazione, nella scuola, deve tener dietro la traduzione: ossia il morto scrittore di cui è morta la gente e la lingua, deve venire innanzi e dire nella nostra lingua nuova, dire esso, non io o voi, il suo pensiero che già espresse nella sua lingua antica. Dire esso a modo suo, bene o men bene che dicesse già: semplice, se era semplice, e pomposo se era pomposo, e se amava le parole viete, le cerchi ora, le parole viete, nella nostra favella, e se preferiva le frasi poetiche, non scavizzoli ora i riboboli nel parlar della plebe […]. Se vogliamo evocarli [scil. gli autori antichi] nella nostra lingua, essi, quando obbediscano, vogliono essere e parere quel che furono; e noi non solo non dobbiamo menomarli e imbruttirli, ma nemmeno (quel che spesso ci sognamo di fare) correggerli e imbellezzirli; come a dire, togliere ad Omero gli aggiunti oziosi di cantore erede di cantori, e a Erodoto le sue lungaggini di narratore chiaro, e a Cicerone le sue ridondanze di oratore armonioso, e a Tacito i suoi colori poetici di scrittore schivo del vulgo. Ognuno faccia indovinare, se non sentire, le predilezioni che ebbe da vivo, quanto a lingua e a stile e a numero e a ritmo.

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