domenica 2 giugno 2013

Cosa sta succedendo a Istanbul?

Ho letto questo articolo oggi. Visto che ho molti amici che non parlano l'inglese, ho pensato di tradurlo (in tutta fretta, devo ammettere) perché potessero leggerlo anche loro. Poi però ho pensato, perché non condividerlo?

Inizia qui.
____________________________________________________________________________

Agli amici che vivono al di fuori della Turchia.

Vi scrivo per informarvi di quel che sta succedendo a Istanbul da cinque giorni a questa parte. Sento di doverlo scrivere personalmente perché per la maggior parte i mezzi di informazione sono stati bloccati dal governo e il passaparola e Internet sono le uniche due possibilità che ci sono rimaste per spiegare le nostre ragioni e chiedere aiuto e sostegno.

Quattro giorni fa un gruppo di persone, non appartenenti né a organizzazioni, né a ideologie specifiche, si sono riunite al parco Gezi di Istanbul. Tra loro c’erano molti miei amici e studenti. La ragione era semplice: protestare e impedire l’imminente demolizione del parco per lasciar posto all’ennesimo centro commerciale proprio nel centro della città. Ve ne sono già diversi a Istanbul, almeno uno per quartiere! L’abbattimento degli alberi sarebbe dovuto iniziare giovedì mattina presto. La gente si è recata nel parco con coperte, libri e i propri bambini; ha piantato le tende e trascorso la notte sotto agli alberi. La mattina, quando i bulldozer hanno iniziato a sradicare quegli alberi secolari, le persone vi si sono parate davanti per fermarli.

Non hanno fatto altro se non rimanere lì in piedi.

Nessun giornale o canale televisivo era lì per documentare la protesta. È stata del tutto oscurata dai mezzi di informazione.

La polizia è pero arrivata con cannoni ad acqua e spray urticante. Ha cacciato la gente dal parco.

La sera il numero di protestanti si è moltiplicato, così come il numero di agenti di polizia attorno al parco. Nel frattempo il governo locale cittadino ha interrotto tutte le strade che conducono alla piazza di Taksem, dove si trova il parco Gezi. La metropolitana è stata chiusa, cancellate le corse in battello, bloccate le strade.

E nonostante questo sempre più persone hanno raggiunto il centro città a piedi.

Sono arrivate da cittadine attorno a Istanbul. Tutte con una formazione diversa, una diversa ideologia, una diversa religione. Si sono tutte riunite per impedire che venga demolito qualcosa più grande anche del parco: il diritto di vivere come onesti cittadini di questo paese.

Si sono riunite e hanno marciato. La polizia le ha cacciate con spray urticante e gas lacrimogeno, guidando le camionette contro chi, in risposta, lanciava loro del cibo. Due giovani sono stati investiti e uccisi. Un’altra ragazza, una mia amica, è stata colpita alla testa da uno dei candelotti di gas lacrimogeno. La polizia li lanciava direttamente contro la folla. Ora, dopo un intervento di tre ore, si trova ancora nel reparto di Terapia intensiva e le sue condizioni sono gravi. Ancora non sappiamo se ce la farà. Questo blog lo dedico a lei.

Queste persone sono miei amici. Sono i miei studenti, i miei parenti. Non hanno nessun “secondo fine”, come lo Stato ama insinuare. Il loro fine è là fuori. È molto chiaro. Il governo ha venduto l’intero Paese alle società per azioni per la costruzione di centri commerciali, condomini di lusso, autostrade, dighe e centrali nucleari. Il governo sta cercando (e creando, ove necessario) una qualsiasi scusa per attaccare la Siria contro il volere della sua gente.

Oltre a tutto questo, di recente il controllo del governo sulla sfera personale delle persone è diventato insostenibile. Lo Stato, con il suo programma conservatore, ha approvato molte leggi e disposizioni che riguardano l’aborto, il parto cesareo, la vendita e il consumo di sostanze alcoliche e persino il colore di lucidalabbra che usano le assistenti di volo.

Le persone che stanno marciando verso il centro di Istanbul rivendicano il proprio diritto di vivere liberamente e di ottenere giustizia, tutela e rispetto da parte dello Stato. Chiedono di essere interpellate per i processi decisionali che riguardano la città in cui vivono.

Ciò che in risposta hanno ricevuto è un uso eccessivo della forza e ingenti quantità di gas lacrimogeno sparato dritto in faccia. Tre persone hanno perso la vista.

Eppure stanno ancora marciando. In centinaia di migliaia si uniscono a loro. Un altro paio di migliaia ha attraversato a piedi il ponte sul Bosforo per sostenere le persone in piazza Taksim.

Nessun giornale o canale televisivo era lì a documentare gli eventi. Erano occupati a mandare in onda le notizie su Miss Turchia e “il gatto più strano del mondo”.

La polizia ha continuato a inseguire le persone e a spruzzare contro di loro lo spray urticante, usandone così tanto da avvelenare cani e gatti randagi, che ne sono morti.

Scuole, ospedali e persino alberghi a cinque stelle vicini a piazza Taksim hanno accolto i feriti. I dottori hanno riempito le aule e le stanze d’albergo per fornire una prima assistenza. Alcuni poliziotti si sono rifiutati di sparare gas lacrimogeno contro persone innocenti e si sono licenziati. Attorno alla piazza sono stati posizionati dei disturbatori di frequenza per ostacolare le connessioni Internet e le reti 3G sono state bloccate. I residenti e i negozi della zona hanno messo a disposizione delle persone per strada la loro connessione wi-fi. I ristoranti hanno offerto cibo e acqua gratis.

Altre persone, ad Ankara e a Izmir, si sono riunite in strada per sostenere la resistenza a Istanbul.

I principali mezzi di informazione hanno continuato a trasmettere Miss Turchia e “il gatto più strano del mondo”.

***
Scrivo questa lettera perché voi sappiate cosa sta succedendo a Istanbul. I mezzi di informazione non vi diranno nulla a riguardo. Almeno, non nel mio Paese. Vi prego di postare quanti più articoli potete e spargere la voce.

Ieri sera, mentre pubblicavo su Facebook articoli che spiegavano i fatti di Istanbul, una persona mi ha posto questa domanda:

“Cosa speri di ottenere lamentandoti del tuo Paese con delle persone straniere?”

Questo blog è la mia risposta.

“Lamentandomi” del mio Paese, se così si può dire, spero di ottenere:

- libertà di espressione e di parola,
- rispetto dei diritti umani,
- controllo delle decisioni che prendo sul mio corpo,
- il diritto di adunarsi legalmente in ogni parte della città senza essere considerati dei terroristi.

Soprattutto, parlandone a voi, amici che vivete in altre parti del mondo, spero di consapevolizzarvi e di ottenere il vostro sostegno e aiuto!

Vi prego di spargere la voce e di condividere questo blog.

Grazie.

____________________________________________________________________________


Fonte: pagina Facebook di Occupy Gezi Fonte: pagina Facebook di Occupy Gezi

5 commenti:

  1. Ma bravissima, lo condivido anch'io.

    RispondiElimina
  2. Personalmente spero che tutta questa storia segni l'inizio della fine di Recep Tayyip Erdoğan, uno sporcaccione doppiogiochista che nell'intimo forse sogna le donne con il burqa ed il ritorno dell'alfabeto arabo nel suo vivacissimo Paese, ma che pochissimi anni fa avrebbe giocato carte false pur di entrare nell'Unione Europea.
    Forse il proibizionismo e la speculazione edilizia gli saranno fatali.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cavolo, se la speculazione edilizia fosse fatale, in Italia ci sarebbe una strage!

      Elimina

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...