domenica 26 maggio 2013

The Lizzie Bennet Diaries

I Lizzie Bennet Diaries sono una cosa che gli amanti di Jane Austen non si possono perdere. A me all'inizio non piacevano tantissimo, ma ero curiosa di vedere come avrebbero adattato la storia per poterla riproporre tutta in formato video blog (o "vlog"). Insomma, a posteriori è recitato benissimo e geniale nella sceneggiatura. Li ammiro molto.

La prima puntata qui sotto e a questo link tutta la serie.


sabato 25 maggio 2013

Non ho pollici verdi ma opponibili

Ho paura che, a forza di scriverne, finirò per avere una lunga lista di tentativi falliti. Eppure stavolta non solo sono stata ottimista, ma ambiziosa, ambiziosissima.



Da notare che il rabarbaro, lui, è di nuovo presente. Ho anche comprato un paio di vasi nuovi. Poi, ricordandomi che occorrevano anche i sottovasi, sono tornata al negozio e li ho chiaramente presi delle dimensioni sbagliate.

(...)

Così, accanto al microvaso col quadrifoglio invisibile (leggasi: mai spuntato), ora ci sono loro.



Nelle foto le piantine sono state da poco trapiantate in uno dei vasi nuovi. Non so se ho fatto bene. All'inizio certo sembrava una buona idea, visto com'erano accalcate, ma tirandole fuori dalla terra erano così esili e incerte su quei gambi striminziti che continuavo a ripetere loro che è un po' traumatico all'inizio, ma poi ci si abitua nel vaso nuovo, nella terra nuova, allo spazio nuovo. Terminando il tutto con: "Starai bene, vero?" e la speranza che quell'articolo che sosteneva che parlare alle piante le rallegra avesse un fondo di verità.


Questi a sinistra sono quindi rabarbari rallegrati dal mio blaterare. Immagino si noti. Le altre due foto rappresentano invece... Ecco, mi piacerebbe farlo indovinare ad altri, ma poi non saprei confermare o smentire. Il fatto è che ho piantato anche l'anice, le fragole rampicanti, le carote e i pomodori, non so che forma abbiano le piantine né in che vaso le ho messe. Geniale, vero?






















L'unica cosa certa è che fotografare le piante col cellulare, di sera e col flash non è il modo migliore per presentarle. Perciò assicuro che sono molto più carine di così (soprattutto: quelle nella foto di destra non sono immerse in una brodaglia strana).

Dulcis in fundo, la vite vergine ha cominciato a dar segno della sua presenza.


Maggio
Marzo



venerdì 24 maggio 2013

Reificazione

Io voglio, il suo mantra. Il complemento oggetto ad accompagnare la frase non era necessario, bastava il desiderio insito in quelle due. Due. Parole. Io voglio. Se lo pregustava sulla lingua cercando con gli occhi di corredarle di uno slancio emozionale forte verso un qualsiasi oggetto degno d’attenzione, che fosse parimenti colorato e costoso. Da invidiare, da poter mostrare con innocente indifferenza.  
La soddisfazione era doppia: sua e del genitore ad accompagnarlo. Due facce piene e tronfie, quella di reggenti in terra: l’una, quella di Angelo, mimava con doverosa costanza una vittoria già prevista ma non scontata; l’altra, quella del padre Arturo o di sua moglie, il ritratto mobile e sfumato di una bonaria soddisfazione ad avere un bambino tanto “esigente. Ma sai, è così intelligente.. si annoia subito di tutto, povero caro. Poi i giochi di oggi son talmente complicati da essere sicuramente educativi”.
Plastica, pixel, la luce iridescente del monitor a sorridere su quella pelle giovane e fresca ancora in crescita e di fronte a quegli occhi così rotondi. Pomeriggi pigri di Roma, il sole che sale e sciupa la città e le sue polveri nell’aria afosa, Angelo e i suoi amici di scuola a lasciar sagome sul tappeto verde, quello in salotto, di fronte al videogioco. Angelo che ascolta musica in internet, che si diverte, che impara, “impara più a casa che a scuola, per carità.. cosa non c’è su internet. Ti ricordi, di quando facevamo le ricerche in biblioteca? Sulle enciclopedie? Ha ha, non ci posso pensare, oggi basta così poco, a questi bambini”. 
Arturo legge ogni giorno il giornale, è un’abitudine che ha incollata addosso fin da bambino, da quando ha imparato a leggere. La mattina Angelo si trova a faccia a faccia con grandi fette di pane imburrate e queste grandi, enormi pagine di giornale. Tra un morso e l’altro le guarda, con apprensione e occhi sgranati, come se da un momento all’altro potessero crollargli addosso: lo annienterebbero, pensa. Poi trattiene il respiro, le pagine scricchiolano, ricompare suo padre. Gli sorride. Per una frazione di secondo si chiede chi sia, ma non fa in tempo ad accorgersi della cosa. “Sei già pronto per andare? Muoviti, che se no faccio tardi”.
Durezza, irreprensibilità. Arturo ha lo sguardo severo, i pensieri chiari e non ama le frivolezze. “Cos’era quella foto?”,  si azzarda il piccolo a chiedere, facendo cenno col mento al quotidiano. 
In copertina troneggia un’immagine sobria di un telo bianco dalla forma confusa. Angelo non riesce a capirne il senso.
“Un omicidio”.
“Cos’è un omicidio?”
“È quando una persona viene uccisa”.
“È divertente?”
“No, Angelo. Quando una persona viene uccisa muore. Significa che non c’è più.”
Il bambino resta in silenzio, cerca di capire. Immagina un mondo diverso, al di là di quel lenzuolo. Un mondo colorato e costoso, senza scuola, senza sole troppo caldo, vento troppo forte. Immagina un passaggio segreto.
“E dove si trova una persona che uccide?”
Arturo lo guarda. Così stupito dalla domanda da non trovare una risposta. E per questo, non per la domanda in sé, rimane turbato. “Muoviti, che altrimenti faccio tardi”. 
Angelo annuisce, non insiste. Continua a fantasticare, ha qualcosa di nuovo cui pensare. Corre a prendere la cartella e segue felice e docile il padre per farsi portare a scuola. Ha un segreto, ha scoperto una cosa nuova, un nuovo desiderio tutto per sé e si sente grande. Qualcosa di potentissimo, di cui nessun amico gli ha mai parlato e di cui non parlerà per primo, ha troppo valore. “Voglio trovare una persona che uccide”.



Angelo era un bel bambino. Nel suo visetto acerbo e paffuto si intravedevano già dei lineamenti adulti e consapevoli. A otto anni il padre Arturo lo guardava di nascosto con curiosità. Lo vedeva crescere come non se lo aspettava: benché nei suoi tratti ci fossero i propri (labbra sottili e dritte, zigomi ben delineati), si trovava compromesso di tanto in tanto da un colpo d’occhio, un ammiccamento sottile che al bambino sfuggivano quando non si sentiva osservato. “Hai visto come cresce? Mi sembra ogni giorno nuovo”, commentava la sera, prima di andare a dormire, la voce ferma per non tradire una certa irrequietezza. “Si fa grande”, mormorava Carla, mezza assonnata, “soprattutto a questa età, i bambini cambiano continuamente. Ti ricordi tua nipote, Anna, alla sua età? È normale”, sorrideva indulgente, “in men che non si dica sarà alto quanto te”. Arturo fissava il soffitto, non rispondeva. Era suo figlio, ma quel bambino sembrava sfuggirgli. Aveva qualcosa, nei suoi modi, nel suo muoversi, che sembrava suggerirgli una recita. Quel bambino era un bambino perché sapeva di essere un bambino e come tale si comportava. Faceva i capricci quando doveva, piangeva quando voleva, rideva quando giocava. Faceva il bambino, finché lo si osservava. Quando però lo si guardava da una porta socchiusa, di nascosto, aveva un non so che di straordinario, di inquietante, di progettuale. Sebbene la sua indole non lo rendesse incline all’eccessiva attenzione verso le persone, sintomo della tendenza di molti al sentimentalismo e all’attaccamento affettivo, quel bambino – il suo bambino – lo spingeva ad eccessi voyeuristici frequenti. 
Mentre gli occhi di Angelo diventavano, con l’adolescenza, sempre più rotondi e folli – nutriti dal sogno e dai grandi progetti che con palpebre sgranate cercava di intravedere nel futuro, quelli di Arturo si appesantivano, caricati e impregnati delle preoccupazioni irrazionali con cui ormai amava trastullarsi ogni giorno.  La sua incapacità di comunicare, non solo con la moglie, ma con chiunque avesse attorno – per insicurezza o profonda debolezza, a piacere - lo metteva al riparo da qualsiasi rassicurazione, da qualsiasi confronto o possibile oasi di verbale tranquillità che, altrimenti, si sarebbe potuto concedere grazie alla beata noncuranza di cui sarebbe stato complice nella condivisione dei suoi pensieri. 
Vittima della sua educazione (ché ogni gesto sembrava essere sintomo e malattia insieme), schiavo di fantasie e preoccupazioni, il giorno che realizzò l’imminente partenza del ragazzo per un viaggio studio di sei mesi all’estero si gettò in fretta, furia e compostezza, dal balcone con vista panoramica che li aveva convinti a scegliere quel determinato palazzo.
Roma era bellissima, quella sera: il crepuscolo tingeva le ombre di rosso, scivolava lungo gli alti palazzi e andava a morire più lentamente del solito. Anche Arturo non si spense subito, si fece accompagnare dal sole. E in quella penombra che ne offuscava la vista, in quel rantolo che non si trasformava in parole, in quel dolore che gli intimava l’abbandono del corpo, vide il viso di suo figlio farsi vicino: “dove l’hai trovata una persona che uccide?”

Opera di Piero Marai

mercoledì 22 maggio 2013

Nizza: Cathédrale Saint-Nicolas

La scorsa settimana, dopo ben quattro tentativi falliti (abbiamo sempre l'incredibile capacità di arrivare raramente troppo presto, spesso troppo tardi, sempre nei giorni di chiusura), siamo riusciti a visitare la cattedrale di San Nicola (in italiano Wikipedia ne parla come della "chiesa russa ortodossa di San Nicola".

Era da qualche anno che non entravo in una chiesa ortodossa e mi sono riaffiorati talmente tanti ricordi che mi sono un po' emozionata (certo, ha contribuito anche l'aver finalmente trovato il cancello aperto). 


L'edificio è splendido: eretto nel 1912 sulla base di un progetto di Mikhail Préobrajenski, professore di architettura presso l'Accademia imperiale di Belle Arti di San Pietroburgo, viene considerato generalmente uno degli esempi visivamente più belli di chiesa russa in Europa occidentale. 


 Cathédrale Saint-Nicolas
 Cathédrale Saint-Nicolas


Sulla sinistra lo sfuggente pope
 Cathédrale Saint-Nicolas



Cathédrale Saint-Nicolas

All'interno non si potevano scattare fotografie, ma prima di entrare si poteva bere un po' dell'acqua santa contenuta in questi bizzarri contenitori. Non ne ho mai visti di simili altrove.

"This holy water!"




















Nikolaj Aleksandrovič Romanov




Intorno vi è un giardino incredibilmente tranquillo, con il busto in onore dell'erede al trono Nikolaj Aleksandrovič Romanov, morto a Nizza nel 1865, e la cappella eretta in sua memoria. 























Avevo già parlato della presenza russa a Nizza tempo fa, in occasione della mostra che era stata allestita al Museo Masséna.

martedì 21 maggio 2013

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