Il periodo della detenzione fu uno dei più divertenti della sua vita. Non dovette affrontare una prigionia lunga e severa in una fortezza inaccessibile, come Silvio Pellico, ma rimase nella piccola galera di Cakovec servito dai secondini, pochi giorni prima suoi subalterni.
Inoltre era in ottima compagnia, giacché la stragrande maggioranza degli intellettuali e buona parte della nobiltà illuminata erano esuli o prigionieri. I carcerieri, poveri diavoli, assumevano un aspetto truce solo durante l'ispezione del direttore, ovviamente austriaco. Per il resto erano più che disponibili a chiudere un occhio e dietro compenso anche tutti e due, per la mancata osservanza delle regole. E le regole, di fatto - se possiamo dar credito ai racconti tramandati dai figli del signor Dusan - si trasgredivano ogni giorno.
I bei tempi andati! Non c'era bisogno di permessi complicati, né di certificati di buona condotta per facilitare i rapporti familiari, almeno non nel caso di questi piccoli rivoluzionari da operetta. L'amministrazione già allora risparmiava sul vitto degli arrestati e tollerava, anzi promuoveva, l'iniziativa delle consorti di integrare la mensa piuttosto parca del carcere.
Le donne, a quei tempi, avevano poca dimestichezza con la politica. E le mogli, perlomeno all'inizio, avevano vissuto le condanne dei mariti, dei figli e dei padri con una certa vergogna. Forse alcune di esse sentivano un vago orgoglio per il ruolo attribuito loro dalla storia, ma la grande maggioranza provava disagio e la sera, quando si presentavano con un panierino sotto al braccio, si nascondevano sotto ampi mantelli e cappucci. Non alzavano lo sguardo, non parlavano tra loro. Consegnavano velocemente i viveri ai parenti nel parlatorio e dopo qualche parola di commiato, ciascuna tornava mesta a casa per provvedere ai bisogni della famiglia.
Dopo poche settimane di detenzione, però, i mariti notarono con piacevole stupore che le pietanze diventavano più ricercate, più fantasiose. Non fu l'amore coniugale e nemmeno l'amor patrio a spingere le pie donne a faticare oltre misura per preparare piatti sempre più complessi, ma l'unico motore capace di stimolare le femmine di tutti i tempi: la competizione. Era come se fosse crollata una diga. Niente le poteva più fermare. Dal paniere uscivano le posate d'argento, i piatti di porcellana del servizio della festa, i tovaglioli di batista finemente ricamati. Non bastava più loro consegnare il paniere al coniuge, le signore assistevano alle cene, osservando non tanto l'amato affamato, ma i piatti portati dalle altre.
Tratto da Confini incerti, di Agi Berta
Confini incerti è un libro bellissimo, di cui tempo fa aveva già parlato Andrea Rényi
qui. Il brano che ho riportato mi ha fatta sorridere, ma non è un libro
divertente; piuttosto è interessante, doloroso, appassionante e coinvolgente.
Se amate la storia, i racconti familiari o l'Ungheria -
o se amate anche solo leggere, ve lo consiglio caldamente.